Gli stereotipi sono rappresentazioni semplificate della realtà. In pratica, sono un insieme di credenze e rappresentazioni che vengono associate, senza distinzioni né verifiche, a un intero gruppo di persone.
Napoletani? Pizza e mandolino.
Siciliani? Mafiosi.
Genovese? Falso e cortese.
E così via, per città, credenze, squadra del cuore, orientamento politico e… per genere.

Gli stereotipi sono come l’acqua per i pesci: proprio perché ci circondano e sono ovunque, non li vediamo più!
Foster Wallace

Il vero lavoro da fare per una società che smetta di celebrare le donne una volta l’anno è agire sugli stereotipi, eliminare la sottocultura, rompendo le catene del luogo comune, valorizzando le differenze. Temi troppo attuali e da troppo tempo.
E allora come fare? Evidenziarli, fare luce, farli notare. Intimidirli.
Si, intimidire gli stereotipi perché perdano la loro forza fuorviante, perché smettano di alimentare società grette che credono ancora che le violenze siano giustificabili, che il sacrificio delle donne sia sempre dovuto, che essere madre sia un lusso se si vuole perseguire la carriera, che siano le figlie femmine a dover accudire i cari, che il massimo dell’aspirazione professionale sia l’insegnamento, che la realizzazione di una donna sia il matrimonio.
Sembra di ripercorrere un libro di socio-antropologia scritto secoli fa eppure ogni giorno dilagano stereotipi intorno a noi, tutt’oggi.
La trasformazione culturale è un processo lento ed è un processo che deve vederci tutti protagonisti.

Gli stereotipi resistono… ma le donne di più!

Bisogna intimidire anche il femminismo esasperato che accentua la contrapposizione uomo/donna e cominciare a valorizzare semplicemente le persone, la propria intelligenza, le proprie capacità.

Che l’8 marzo non sia un inno alle vittime o una condanna ai carnefici, non sia un giorno in cui riscoprire il valore del genere femminile attraverso le citazioni ma sia un ritrovato impegno con noi stessi, un impegno ad essere persone migliori.

Donne e stereotipi

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